75 anni fa o dopo?
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“Come fare a riunire i saperi delle varie discipline? Serve un pensiero complesso che permetta di unire ciò che è separato. Oggi serve un nuovo umanesimo… Come apprendere a vivere? La conoscenza non si ha con la frammentazione ma con l’unione. È necessaria una riforma della conoscenza del pensiero, un nuovo umanesimo globale che sappia affrontare i temi della persona e del pianeta. “
-Edgar Morin
A sostegno della tesi del filosofo e sociologo francese Edgar Morin, vorremmo fare un’analisi su quali effettivamente siano gli effetti della frammentazione, cioè la distinzione tra noi e loro, in vari paesi del mondo, ma anche tra tempi storici.
Nel novembre del 2019 un articolo pubblicato dal New York Times mise sotto i riflettori la questione degli uiguri in Cina. L’articolo è stato definito “La più grande fuga di notizie” da Pechino negli ultimi decenni.
Gli Uiguri sono una minoranza musulmana di etnia turca che viveva nell’odierna Mongolia e oggi vive invece nella regione dello Xinjiang (formandone il 46% della popolazione). Insieme ai turchi Gok, sono uno dei più importanti gruppi ad abitare l’Asia centrale.
Con la disgregazione dell’URSS negli anni ’90 e il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, il governo cinese intensificò la repressione di questa etnia, sotto il pretesto di una “lotta contro il terrorismo”.
Sfruttando la paura che dominava quegli anni e la loro sottomissione solo al loro Dio, e non allo stato Cinese, il governo di Pechino identificò gli uiguri come una minoranza difficilmente controllabile.
Nel 2009, a seguito della morte di due uiguri per mano di un’altra minoranza (Han), ci furono scontri violenti che videro come protagonisti gli Uiguri e gli Han. Il governo Cinese, strumentalizzando le secessioni locali e le attività terroristiche messe in atto da qualche piccolo gruppo di jihadisti, mise in atto un'operazione repressiva basata su: sterilizzazione di massa, lavori forzati, sorveglianza digitale intrusiva e “campi di rieducazione”, istituiti ufficialmente dal 2014. Il governo cinese sta cercando di cancellare la cultura, gli usi e i costumi degli uiguri attraverso repressione e indottrinamento, così da farla estinguere. Una pratica che, secondo la Convenzione per la prevenzione e punizione del crimine di genocidio del 1948, costituisce un genocidio demografico.
Un genocidio di massa simile a quello degli uiguri non si vedeva dai tempi dell’Olocausto, dove le vittime per razzismo furono 6 milioni (senza contare le altre categorie, quali ad esempio gli omosessuali e i rom).
Milioni di ebrei furono disumanizzati e massacrati dall’ideologia nazista, e da quelle stesse vittime è nata l’ideologia sionista. Il sionismo che ad oggi applica leggi razziali contro i propri connazionali palestinesi. Tale ideologia ha portato alla frammentazione del popolo palestinese caratterizzata dalla differenziazione dei regimi giuridici cui sono sottoposti i palestinesi che vivono nei confini dello Stato di Israele, quelli che risiedono a Gerusalemme, i palestinesi esiliati a Gaza e nella Cisgiordania ed infine i palestinesi all’estero. Siamo, dunque, di fronte a quella che si potrebbe definire la “legge del non ritorno” per i palestinesi, contrapposta alla “legge del ritorno” per gli ebrei.
A completare il quadro delle leggi razziali sioniste, vi sono i molteplici meccanismi repressivi, posti nei confronti dei palestinesi che vanno dalla detenzione amministrativa alla distruzione e confisca delle case dei sospettati di attività anti-sioniste mascherate spesso come “protezione della propria terra”.
Ma come ha avuto inizio questo ribaltamento da “vittime a carnefici”?
Nell’immediato dopoguerra, dopo numerose sollecitazioni da parte della comunità ebraica presente negli USA, si ha nel 1947 il Piano di partizione della Palestina elaborato dall'UNSCOP e approvato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, (ONU risoluzione 181/1947). Tale Piano, volto a risolvere il conflitto tra la comunità ebraica e quella araba palestinese scoppiato già durante il Mandato britannico della Palestina, proponeva la partizione del territorio palestinese in due Stati: uno ebraico e l'altro arabo, con Gerusalemme sotto il controllo internazionale.
Tale Piano però non trovò consenso tra i Paesi arabi e nemmeno tra alcuni gruppi sionisti, portando così ad un ulteriore deterioramento delle relazioni fra ebrei e arabi in Palestina, arrivando poi alla Guerra arabo-israeliana del 1948.
Sarà, dunque, arrivata l’ora per il “Nuovo Umanesimo” di Morin, dove l’uomo si libera dal suo status barbaro, che lo induce a disumanizzare un suo simile, e tornare ai valori civili? Siamo dunque spettatori di una storia che ripete continuamente?
Concludiamo il nostro articolo con la seguente frase:
“Le identità individuali e la consapevolezza che i gruppi linguistici hanno di sé sono il punto di partenza per la costruzione di un futuro comune. L’identità non è un modello immutabile, ma si evolve costantemente. Prendere coscienza di ciò favorisce la disponibilità a cambiare e la possibilità di indirizzare tale cambiamento. Curare e sviluppare la propria identità significa curare le relazioni con altre identità.” (Estratto da: Alto Adige 2019: un manifesto; Orientamento di fondo; Identità e pluralità)


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