Intervista doppia
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Vi presentiamo una doppia intervista di due membri della comunità LGBT (che chiameremo per comodità V e S), provenienti da due realtà diverse. Quali sono le differenze tra una piccola cittadina industriale e una grande metropoli quando si deve affrontare il cosiddetto coming out?
Quando hai iniziato a capire quale fosse il tuo orientamento sessuale?
V- Quando ho iniziato a capire che mi piacessero i ragazzi, ero già in terza superiore. Un po’ tardi rispetto alla media. Tutto è successo molto in fretta, una cosa che mi ha abbastanza spaventato. Un giorno ero assessuale e il giorno dopo incontro un ragazzo che mi fa provare cose mai provate prima.
S- Ho iniziato a capire quale fosse il mio orientamento sessuale a 16 anni. Sono sempre stata una ragazzina molto ingenua, in casa mia nessuno ha mai parlato di educazione sessuale o affettiva perciò mi sono approcciata alle relazioni in maniera molto goffa e inconsapevole. Seguivo come modello alcune compagne di classe e amiche che vivevano le prime relazioni con ragazzi. Mi sforzavo di comportarmi in maniera convenzionale, facevo ciò che "ci si aspettava" da me, ovvero vivevo nella convinzione di dovermi impegnare affinchè le relazioni eterosessuali mi piacessero. Cercavo di renderle più piacevoli evitando il contatto fisico perchè mi causava disagio e ripetevo a me stessa che semplicemente non ero pronta. A 16 anni ho scoperto che esisteva un'alternativa, che potevo smettere di frequentare ragazzi.
Quale è stata la persona a cui l’hai detto per prima?
V- L’ho detto a più persone in realtà. non mi ricordo bene chi fosse stata la prima persona, probabilmente a qualche mio compagno di classe.
S- La prima persona alla quale ho parlato del mio orientamento sessuale è stato un amico conosciuto sul web. Essendo un'amicizia a distanza ho pensato che non avrebbe avuto enormi ripercussioni nel caso lui non mi avesse accettata. La notizia non avrebbe avuto modo di spargersi e non sarei stata costretta a vedere questa persona ogni giorno: avrei potuto rompere i rapporti e continuare a nascondere il mio segreto.
L'idea di doverlo dire a qualcuno come ti faceva sentire? Eri a tuo agio o temevi il giudizio altrui?
V- L’idea di doverlo dire a qualcuno non mi ha particolarmente spaventato. La mia classe mi ha sostenuto moltissimo, dando prova di una mentalità molto aperta.
S- L'idea di dirlo a qualcuno spesso mi terrorizzava, specialmente i primi anni. Molte volte ho dovuto nascondere il mio orientamento sessuale fingendo di stare con un ragazzo. Tutto ciò mi ha sempre fatta sentire molto a disagio poiché sono fiera della persona che sono, dovermi nascondere è limitante e non mi fa sentire libera. Anche oggi ad esempio, dopo tanti anni, non mi sento a mio agio ad acquistare un mazzo di fiori dicendo che è per la mia compagna , vivo con molta ansia le vacanze per paura che in hotel la nostra presenza come coppia venga giudicata, non le tengo la mano in pubblico quando sono in paese. Spesso nascondo il mio orientamento sessuale sul posto di lavoro per non essere discriminata da alcuni colleghi o utenti ai quali presto il mio servizio siccome lavoro in un contesto educativo. Sono molto più tranquilla in città o in luoghi lgbtq+ friendly.
Come hanno reagito i tuoi cari?
V- Avevo molta paura a dirlo ai miei genitori in quanto molto cristiani. Avevo paura di non essere capito, ma alla fine quando gliene ho parlato, dopo l’iniziale shock, si sono rivelati molto condiscendenti e mi hanno dato il loro sostegno. Mi hanno detto che non capiranno fino in fondo, ma ciò non toglie che solo loro figlio e che mi vogliano bene.
S- I miei genitori hanno reagito in modo opposto. Mia madre non ha mai accettato l'idea di avere una figlia omosessuale. La convivenza sotto lo stesso tetto era diventata così dura e angosciante da costringermi per mesi a saltare i pasti per non dover trascorrere tempo con lei ed essere insultata. Senza chiedere il mio permesso ha parlato del mio orientamento sessuale a zii e cugini che subito dopo hanno interrotto qualsiasi rapporto con me, arrivando a non fare nemmeno più gli auguri di compleanno o Natale. Mio padre invece si è subito messo all'ascolto e ha aperto un dialogo con me, che lo ha portato in pochissimo tempo ad avere una conoscenza più ampia della comunità lgbtq+ . In modo curioso ha posto domande e espresso preoccupazioni e perplessità, supportandomi sempre. Alcuni familiari sono ancora all'oscuro per richiesta dei miei genitori. Mia nonna di 93 anni mi ha accolta fin da subito arrivando a conoscere la mia compagna e considerandola parte della famiglia.
Come ti ha cambiato la vita questa realizzazione?
V- Nulla è cambiato in particolare dopo questo. I miei amici sono rimasti al mio fianco e non ho notato nessun cambiamento nella mia vita quotidiana. Ho avuto un sistema di supporto molto buono diciamo.
S- Questa realizzazione ha cambiato in meglio la mia vita e ha fatto sì che ogni cosa acquisisse un senso. Da quando ho capito di essere lesbica mi sento sollevata. Ho smesso di costringere me stessa ad avere relazioni insoddisfacenti con gli uomini, dando modo alla mia identità di imparare a conoscersi ed esplorare. Capire di essere omosessuale mi ha dato il permesso di iniziare un percorso intimo e profondo verso l'accettazione della mia sessualità, senza giudizio e critica nei confronti delle mie emozioni e sensazioni. Mi ha fatta finalmente sentire parte di una comunità composta da persone con le quali condivido ideali, vissuti ed esperienze. Ho smesso di sentirmi la ragazzina confusa e diversa, isolata e strana, e sono diventata la donna consapevole e fiera che sono oggi. Questa realizzazione mi ha aiutata ad acquisire sensibilità nei confronti delle minoranze, mi ha spinta ad acculturarmi ed istruirmi, mi ha avvicinata a concetti come l'attivismo e il femminismo intersezionale che sono oggi pilastro della mia vita.
Nella tua realtà quali sono stati i cambiamenti che hai percepito?
V- Non ho percepito nessun cambiamento, come ho detto anche prima, la mia quotidianità non è cambiata particolarmente. Sono sempre rimasto lo stesso.
S- I cambiamenti percepiti dal momento del mio coming out ad oggi sono stati svariati. Sono diventata estremamente selettiva nelle amicizie, circondandomi di persone delle quali ho fiducia e che hanno dimostrato di accettarmi nonostante io non sia una donna eterosessuale. Ho capito quale sia l'importanza delle parole e il loro peso dopo aver subito vari episodi di violenza verbale a sfondo omofobico. Ho imparato a scegliere in quali situazioni mi sento sicura e posso aprirmi, e in quali altre devo "mascherare" la mia sessualità per dare priorità al mio benessere mentale e alla mia incolumità fisica. Ho visto persone allontanarsi da me a causa di pregiudizi, e ne ho viste altre avvicinarsi con la volontà di imparare o conoscere la mia storia. Mi sono allenata a sostenere gli sguardi curiosi o maleducati dei passanti cercando di non farmi influenzare. Ho imparato che nulla o nessuno può limitare le mie libertà e che, anche se a volte preferisco rimanere "in the closet", riuscirò passo dopo passo a vivere la mia vita a testa alta.
Qual è il tuo "ruolo" all'interno della comunità?
V- Seguo le dinamiche della comunità lgbtq, e quando posso sostenere qualche iniziativa, lo faccio, ma non mi definirei un attivista. Vivo nel modo più tranquillo possibile.
S- Fin da subito ho provato un forte bisogno di partecipare attivamente alla lotta per i miei diritti. Vivendo in un piccolo paese di provincia non mi è possibile fare attivismo in zona poichè le iniziative lanciate da me e da vari coetanei non sono state accolte e supportate dalla popolazione. Appena mi è stato possibile spostarmi autonomamente ho iniziato a fare attivismo in un'associazione che tutela i diritti delle persone lgbtq+. Ho inoltre partecipato a vari eventi volti alla formazione per ampliare le mie competenze. Per supportare la community è fondamentale andare al pride, coinvolgere alleati, formarsi... ma soprattutto essere presenti nella quotidianità a livello locale.
Perché, secondo te, c'è ancora discriminazione verso l'omosessualità?
V- C’è ancora molta discriminazione. La società in cui ci troviamo è ancora molto maschilista, governata dallo stereotipo dell’uomo forte che non piange mai e non parla dei propri sentimenti.
S- . Credo che l'Italia, come tanti altri paesi, sia arretrata perché i cambiamenti di rotta sono scomodi e richiedono tempo. Le rivoluzioni hanno bisogno di energie, consensi e condivisione da parte dei cittadini. Il panorama dell'attivismo italiano sta facendo un ottimo lavoro sia a livello istituzionale, sia per quanto riguarda la sensibilizzazione nei confronti della popolazione. Sono estremamente fiduciosa che gli sforzi di attivisti ed alleati, uniti al ricambio generazionale e al progredire delle leggi italiane, possano guidare il mio amato paese nella giusta direzione. Sogno un'Italia libera, in cui le persone appartenenti alla comunità lgbtqi+ vengano adeguatamente riconosciute e supportate.


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